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[Originale] Tre foglie nel vento / Capitolo 20

Titolo: Tre foglie nel vento
Autore: haruka_lantis
Fandom: originale
Rating: NC-17
Note: ambientanta in Giappone, nel 1687, ovvero durante l'era Tokugawa, ad Edo (l'attula Tokyo). Chiari riferimenti a rapporti omosessuali anche con minori (ma era una prassi comune a molte civiltà del passato e avere sedici anni nel XVII secolo non è come averli al giorno d'oggi)
anni nel XVII secolo non è come averli al giorno d'oggi).
Scritta per: la mia tabella su 24ore, prompt Ore 04:00 Un pianeta intero non basta
Disclaimer: mia l'idea, miei i personaggi, mia la storia, siete pregati di ricordarvelo, nel caso fosse in cerca di ispirazione!



Anno 1687, giugno
Casa Ito, distretto di Kamakura
Ora della Tigre



La stagione delle piogge imperversava sul paese da giorni senza dare tregua: i venti monsonici provenienti da sud portavano acqua e sciagura, le campagne erano allagate in più punti, le strade rese fangose e per lo più impraticabili, in città si sopportavano a stento la calura e l’umidità. Non era il momento migliore per affrontare un lungo viaggio, ma, sulla via che portava alla città di Kamakura, un cavaliere e il suo stanco cavallo proseguivano sotto lo scroscio incessante del temporale: gli abiti zuppi pesavano sulle spalle intorpidite dal freddo, il bagaglio era anch’esso fradicio, solo le spade, avvolte in uno spesso panno di pelle, sembravano non subire troppo la furia degli elementi.
Kamakura era una città fortezza, circondata da tre lati dalle montagne, affacciava sulla baia di Sagami e fin dall’epoca Heian era stata un importante centro strategico: moltissimi erano i templi sparsi per il borgo e per lo più era meta di vacanza delle famiglie nobili o di ricchi mercanti durante la bella stagione. Scendendo dalla sentiero montuoso, la strada si snodava attraverso un fitto bosco e s’immetteva nella parte settentrionale della città, per raggiungere la via principale che sboccava al porto. Nella zona alta dell’abitato, appena lasciatosi alle spalle la foresta di aceri, con il suo verde rigoglioso, si sviluppava un agglomerato di case signorili, per lo più abitate da famiglie di commercianti arricchitesi o di samurai; una di queste, dal tetto nero un po’ rovinato e un cancello di legno di quercia segnato dal tempio, viveva la famiglia Ito: un patriarca anziano, le sue mogli, i figli, le nuore, i nipoti, tre generazioni di guerrieri e di donne sotto lo stemma delle tre foglie d’acero. Lo stanco viaggiatore fermò il cavallo proprio di fronte al portone della magione degli Ito e smontò per bussare; colpì la porta con il pesante battente tre volte ad intervalli regolari. La guardia riconobbe quel segnale convenuto e si chiese quale tra i giovani signori fosse arrivato: che lui sapesse non aspettavano il ritorno di nessuno dei nipoti di Ito-sama, ciononostante l’uomo si affrettò ad aprire il cancello e si trovò davanti un ragazzino ingolfato in abiti luridi e fradici, ma quando questi sollevò il pesante capello di paglia e lo salutò, riconobbe al volo il secondogenito di Sozaburo-san: per un motivo che nessuno conosceva il signorino Sojiro era tornato a casa.

Nella residenza ci fu un gran trambusto, cameriere che correvano da una parte all’altra, la cuoca svegliata di corsa perché preparasse qualcosa di caldo, tutta la famiglia buttata giù da letto che il sole era ancora lontano dal palesarsi.
Ito-sama si fece aiutare ad indossare il kimono e trascinò i suoi settant’anni nel salone principale della villa, dove gli era stato detto, da una cameriera sull’orlo delle lacrime, che Sojiro-kun lo stava spettando. Il ragazzino era partito da Kamakura cinque anni prima per svolgere il suo alunnato presso Oda-sensei, un suo vecchio commilitone, poi, quando questi si era ammalato, era stato mandato a completare l’addestramento al palazzo di Chiyoda presso un samurai di nome Sato, che aveva combattuto al fianco di suo figlio Sozaburo anni addietro; finito il periodo di apprendistato avrebbe ricevuto qualche incarico bellico e spedito chissà in quale parte del paese, sarebbe tornato a casa per sposarsi, o forse non sarebbe tornato affatto, eppure adesso il ragazzo era lì senza un apparente motivo valido.
Nella stanza appena rischiarata dalle lampade sedeva un giovanotto dal volto pallido ed emaciato, a fatica seppe riconoscere in quello sconosciuto il bambino che aveva lasciato la sua casa cinque anni prima, ma aveva i tratti caratteristici di tutti gli Ito: piccolo di statura, capelli scuri e occhi allungati. Gli bastò che questi si alzasse in piedi per aiutarlo a sedersi per capire che era proprio il piccolo Sojiro, sempre gentile e solerte.
“Nonno”
“Sono troppo vecchio per ricevere brutte notizie nel cuore della notte, Sojiro-kun” disse l’anziano fermando con un dito le parole del nipote “E tu devi aver fatto un viaggio orribile, sarai stanco e affamato. Quando ti sarai ripreso mi racconterai tutto, ora pensa solo a rifocillarti: questa è e sarà sempre casa tua”
“Grazie nonno”
L’uomo annuì e si accese la lunga pipa mentre il nipote trangugiava la colazione.
“A casa tutti bene?”
“Tuo fratello Sota ha avuto un figlio maschio lo scorso inverno, lo abbiamo chiamato Sogo. Le tue sorelle Hanako e Minako hanno preso i voti prima della stagione delle piogge, invece Sonoko-chan sposerà un samurai del clan Hojo non appena avremo concluso le trattative per la dote. Tuo padre, come sai, è prefetto al nord e tua madre lo ha seguito con i figli più piccoli”
“Ho ricevuto una lettera che mi annunciava la promozione, prima di lasciare la casa di Oda-sensei”
“È morto a marzo, un grand’uomo! Aveva tre anni meno di me”
“Voi siete sempre in splendida forma, nonno”
“Sciocchezze, alla mia età è già tanto se riesco ad alzarmi da letto la mattina. Tu, piuttosto, non hai per niente una bella cera, colpa del viaggio?”
“In parte” sospirò Sojiro “Vorrei recuperare qualche ora di sonno, se possibile”
“Naturalmente, Soji-chan, immagino che il tempo per parlare non mancherà, resterai qui molto?”
“Probabilmente sì”
L’uomo annuì piano e chiamò una domestica “La stanza di mio nipote è stata preparata?”
“Sì, padrone” disse la donna inchinandosi “Se il giovane signore vuole seguirmi…” Sojiro si prostrò versò il capofamiglia e si congedò.

Riconosceva a fatica la sua vecchia casa nel buio della notte: aveva lasciato quel posto cinque anni prima per cominciare la sua nuova vita come cadetto, ora vi tornava da ronin. Aveva lasciato il palazzo del governatore di Uji senza preavviso e senza parlarne con Masanori-san, sapeva che questi non gli avrebbe accordato il permesso, perciò per la legge adesso era un disertore.
Avrebbe atteso le disposizioni nei suoi confronti nella casa del nonno e poi avrebbe deciso se togliersi la vita o se ritirarsi in convento, a seconda di come la situazione si sarebbe evoluta nel corso dei giorni.
L’ultima volta che aveva visto Masanori-san era stato a pranzo, dopo la cosiddetta prova: avevano mangiato assieme, poi il maestro era tornato alle sue incombenze e lui si era ritirato nelle sue stanze. Aveva capito che il cuore di Masanori era puro e le sue parole sincere, ma nello stesso momento aveva compreso che il vero problema era il suo cuore in subbuglio: Masanori poteva dimenticare cosa era successo, poteva dividersi tra l’affetto di due persone, lui no. Per lui quella notte del Serpente ci sarebbe stata sempre, come una distanza incolmabile che li separava; poi c’era Ranmaru-san: anche lui rappresentava un ostacolo che non sapeva arginare; per lui amare due persone contemporaneamente non era concepibile, né poteva accettare di dividere le attenzioni, il tempo, il cuore del maestro con qualcun altro. Aveva così preso l’unica decisione possibile: aveva fatto i bagagli in quattro e quattr’otto e, senza avvisare nessuno, era partito. Una volta arrivato a Kyoto, a mente lucida, aveva scritto una lunga lettera di scuse al maestro, spiegandogli i suoi sentimenti, le sue perplessità e la sua incapacità ad accettare il compromesso richiesto. Lo informava che si stava dirigendo a Kamakura e che lì avrebbe atteso la sua condanna; stava a Masanori decidere cosa fare della sua vita, lui non avrebbe opposto alcuna resistenza se avesse mandato dei soldati a prenderlo e condurlo in ceppi a Chiyoda; ma,nel caso il maestro si fosse dimostrato comprensivo e magnanimo, allora avrebbe abbracciato la vita monastica e fatto voto di castità, per preservare la fedeltà, spirituale e fisica, che gli doveva in quanto suo amante, seppur per una sola fuggevole occasione. Aveva quindi continuato il suo viaggio verso l’esilio di Kamakura con il cuore un po’ più leggero: sapeva che Ranmaru-san avrebbe saputo colmare in modo egregio la sua assenza e il maestro alla fine si sarebbe rassegnato ad una vita monogama.
Una parte del suo cuore sperava in verità che Masanori lo venisse a prendere di persona e lo riportasse ad Edo con sé, ma non lo scrisse nella lettera, né osò fantasticare su quello sviluppo più di poche attimi prima di coricarsi la notte. C’erano molte e molte miglia a separarlo dal suo amato, molti giorni di viaggio e quel tempo inclemente, e poi ci avrebbe pensato la vita a tenerli lontani: Masanori-san sarebbe rientrato nella capitale e gli impegni di corte lo avrebbero travolto, fino a renderli impossibile allontanarsi per raggiungere la sperduta Kamakura.
Fuori pioveva ancora, il futon era caldo e la notte ancora fitta: Sojiro appoggiò il capo sul cuscino e cadde in un sonno profondo, un sonno senza sogni.
Tags: 24ore, originali, tre foglie nel vento
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